Recessione intervista a esperti

L’economia italiana andrà in recessione? L’analisi di 3 esperti

  • 31 Ottobre 2022
  • 11 min lettura
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Il 2022, almeno finora, è stato un periodo di crescita per l’economia italiana. Ma ormai il termine “recessione” comincia a essere sempre più presente quando si parla dei prossimi mesi e del 2023.

È un destino segnato? E nel caso quali sono cause e possibili effetti?

Ho girato queste domande a 3 esperti di economia:

  • Enrico Marelli, professore presso la facoltà di Economia dell’Università di Brescia;
  • Sebastiano Nerozzi, professore associato presso la facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore;
  • e Costantino De Blasi, amministratore di RE Value e CEO di Liberi, oltre le illusioni.

Ecco qui sotto le loro risposte.

Enrico Piero Marelli

Enrico Piero Marelli

  • Professore presso la facoltà di Economia dell’Università di Brescia
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L’economia italiana sta per entrare un periodo di recessione? Quali sono le cause?

L’economia italiana ha avuto, dopo lo shock pandemico del 2020, una buona ripresa sia nel 2021 sia nell’anno in corso. Infatti la Nadef (la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza), presentata dal Governo (uscente) di Draghi a fine settembre, prevede una crescita complessiva del 3,3% nel 2023, nonostante una lieve flessione nella seconda metà dell’anno.

Per il 2023 è prevista una crescita quasi nulla (+0,6%) ma ancora positiva: si tratta peraltro di una sostanziale stagnazione; inoltre centri previsivi indipendenti scontano una vera recessione (ad esempio -0.7% l’agenzia Fitch).

Le cause di questo ciclo economico negativo sono innanzi tutto internazionali. Dopo lo shock pandemico, che ha colpito tutto il mondo (l’Italia un po’ più della media europea), la ripresa del 2021 e della prima parte del 2022 è stata robusta.

Poi già a fine 2021 l’inflazione era in accelerazione, a causa dei precedenti shock d’offerta, degli inceppamenti nelle catene globali di fornitura, delle disfunzioni nei trasporti e nella logistica.

A inizio 2022 è poi sopraggiunta la guerra in Ucraina, con la quasi istantanea crisi energetica (specie del gas, per quanto riguarda l’Europa), ciò che ha determinato l’esplosione dell’inflazione e iniziali riduzioni della produzione in diversi comparti produttivi.

Oltretutto, per contrastare l’inflazione, le banche centrali hanno avviato restrizioni monetarie, dapprima la Fed e poi (a partire da luglio) anche la Bce, ciò che era solo in parte giustificato, essendo l’inflazione nell’Eurozona prevalentemente da costi piuttosto che da domanda. Il rialzo dei tassi di interesse ha quindi cominciato a frenare le attività economiche.

Nel caso italiano, vi sono poi alcune cause specifiche del rallentamento delle attività. Già negli ultimi mesi del governo Draghi, diversi partiti politici ponevano ostacoli al completamento delle riforme del PNRR (come quella della concorrenza e quella del fisco, inclusa la riforma del catasto). Lo scioglimento delle Camere e l’indizione di elezioni politiche ha quindi determinato incertezza negli operatori.

L’esito delle elezioni, infine, se da un lato ha fatto chiarezza sul tipo di maggioranza che si avrà in Parlamento, dall’altro lato lascia notevoli margini di ambiguità. Sia rispetto alle posizioni che i partiti del centro-destra (e la stessa Giorgia Meloni) avevano nei confronti delle istituzioni europee, sia riguardo all’attuazione delle numerose “promesse” elettorali, che saranno in gran parte irrealizzabili, almeno all’inizio, soprattutto perché troppo dispendiose per il bilancio pubblico.

Quali saranno gli effetti di questa fase? E per quanto tempo possono durare?

Gli effetti di questa fase ciclica saranno connessi alla stagnazione o quasi recessione che avremo per tutto l’anno prossimo. Con le ovvie ricadute sul mercato del lavoro (caduta della domanda di lavoro), sull’aumento delle disuguaglianze e sulla diffusione della povertà, che per inciso hanno già avuto riflessi anche di tipo sociale e politico.

La durata di questa fase ciclica negativa dipenderà in primo luogo dall’evoluzione del contesto internazionale. In primis, dalla continuazione oppure dall’auspicabile fine della guerra in Ucraina, con le relative sanzioni e crisi energetica. Certo, anche nel caso di una fine di queste perturbazioni, il mondo non sarà più quello di prima, poiché la globalizzazione ha avuto un duro colpo (gli esperti di commercio internazionale parlano sempre più di “re-shoring” o almeno di “friend-shoring”, dopo decenni di “off-shoring”), ma bisognerà trovare accomodamenti con il mondo emergente, a partire da Cina e India.

A livello europeo, saranno importanti le auspicabili maggiori integrazioni – in campo economico, sociale, energetico e della difesa comune – nonostante le evidenti difficoltà. Bisognerà evitare un ritorno alla logica dell’austerità fiscale imperante dieci anni fa e, da questo punto di vista, saranno decisive le discussioni sulla riforma del Patto di Stabilità e Crescita.

La politica monetaria della Bce, inoltre, non dovrebbe divenire eccessivamente restrittiva in questa fase, anche per evitare una brusca marcia indietro se la recessione dovesse aggravarsi. Nonostante l’attuale e previsto aumento dei tassi di interesse, l’acquisto di attività (almeno per il programma “Pepp” i reinvestimenti dovrebbero proseguire fino al 2024) dovrebbe favorire una trasmissione ordinata della politica monetaria ed evitare un accentuarsi degli spread sui titoli sovrani.

A livello nazionale, il nuovo Governo dovrà evitare inutili frizioni con le istituzioni europee, sia riguardo al PNRR (una parziale modifica è giustificabile solo in relazione all’aumento dell’inflazione per le gare di appalto) sia all’interazione necessaria per la preparazione del Documento di bilancio.

Già la composizione del Governo, con la scelta di ministri competenti, e le prime proposte governative saranno un importante segnale, lanciato alla comunità internazionale ed anche ai mercati finanziari.

Sebastiano Nerozzi

Sebastiano Nerozzi

  • Professore associato presso la facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
  • Profilo LinkedIn

L’economia italiana sta per entrare un periodo di recessione? Quali sono le cause?

Gli ultimi dati ci dicono che dopo un semestre di crescita molto vivace, l’economia italiana sta frenando la sua corsa.

La Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (NADEF), attesta che nel 2022 l’Italia cresce più delle attese (3,3%), ma la stima per il 2023 subisce un taglio del 1,7% scendendo allo 0,6%. Più pessimistica la previsione di Prometeia ce traccia uno scenario di crescita zero, anticipato da una recessione nell’ultimo trimestre del 2022 e nel primo trimestre 2023.

L’indicatore più significativo, richiamato dal NADEF, è l’indice PMI che, nel mese di agosto, ha mostrato un forte rallentamento degli ordinativi da parte di un insieme rappresentativo di imprese di varie dimensioni.

Le ragioni di tale andamento vanno ricercate, in primo luogo, nell’aumento dei costi dell’energia che sono raddoppiati assorbendo mediamente il 2,5% del valore della produzione industriale, con punte del 10-12% in settori come agricoltura, pesca, servizi postali, plastica, metallurgia, carta. Ma gas, energia, beni alimentari spingono anche l’inflazione al consumo, giunta al’9% in Italia e in Europa.

Normale prevedere che la persistenza degli alti prezzi di gas, petrolio ed energia induca una contrazione del potere d’acquisto delle famiglie con effetti persistenti sui consumi e sul fatturato delle imprese. Gli investimenti finanziati dal PNRR e i circa 66 miliardi di misure per compensare il caro energia certamente contribuiscono a sostenere la domanda, ma il costo del debito sta aumentando e ulteriori scostamenti di bilancio appaiono molto rischiosi.

Anche a livello internazionale le tendenze recessive stanno prendendo il sopravvento: le analisi indipendenti di Prometeia e di altri istituti privati come Barclays ci dicono che anche Stati Uniti ed Europa si stanno preparando ad una recessione e che anche molti paesi emergenti, per ragioni diverse, stanno sperimentando un forte rallentamento della crescita.

Negli USA l’inflazione scatenata dalle politiche monetarie e fiscali varate durante la pandemia ha indotto la FED e, in misura minore, il governo, ad una rapida inversione di rotta con probabili effetti recessivi che sembrano già far capolino nelle dichiarazioni ufficiali.

In Europa le politiche fiscali sono ancora molto espansive, ma il caro energia e le politiche monetarie più prudenti, inducono a rivedere al ribasso le previsioni.

La Cina ha avuto un brusco stop già nel 2022. Il rallentamento delle principali economie comporta una riduzione dell’export per le nostre imprese con effetti recessivi che la NADEF stima in un -0,5% di PIL nel 2023.

Quali saranno gli effetti di questa fase? E per quanto tempo possono durare?

L’impatto economico di una recessione nei prossimi mesi può avere effetti molto gravi sulle imprese e sulle famiglie, soprattutto quelle più fragili.

Per quanto riguarda le imprese un recente studio di Cerved-Confindustria sulle PMI italiane stima che in uno scenario negativo segnato dal prolungamento di tensioni geopolitiche, di alti costi dell’energia e politiche monetarie fortemente restrittive, il fatturato avrebbe una contrazione media dell’1,5%, con punte del 1,8-1,9% nel Nord Ovest e nel Centro. Soprattutto tornerebbe ad aumentare, dopo i progressi registrati nel 2021, la quota di imprese a rischio creditizio, che raggiungerebbe il 13,2%. Praticamente più di 1 impresa su 8 rischierebbe il default.

Ma il quadro diventa ancora più allarmante se consideriamo le famiglie. Un tasso d’inflazione al 9% significa che mediamente il potere d’acquisto delle famiglie si è ridotto di quasi 1/10. Questa tassa occulta non è uguale per tutti: per le famiglie del quintile più povero la riduzione ha superato l’11% aggravando situazioni già insostenibili.

Allargando lo sguardo occorre considerare che la crescita dei salari in Italia è sostanzialmente ferma da anni e che molti lavoratori autonomi stanno ancora scontando gli effetti della pandemia sui loro redditi. La povertà energetica toccava già nel 2020 circa 9 milioni di italiani secondo il rapporto OIPE-CGIA ma è certamente cresciuta molto nell’ultimo biennio.

La durata della recessione e il suo impatto economico e sociale dipenderanno molto dall’andamento del mercato energetico nei prossimi due anni, ma anche dalla capacità delle istituzioni Europee di dare risposte unitarie e che tengano conto della situazione di tutti i paesi. È infatti probabile che le tensioni sul prezzo del gas e dell’energia non termineranno con la prossima primavera, ma continueranno nell’inverno 2023-2024.

Di fondamentale importanza per contrastare il caro energia sarà l’impegno del nuovo governo ad accelerare i processi avviati per realizzare il piano del MITE per il risparmio energetico (che prevede una riduzione dei consumi di circa il 15%), differenziare le fonti di approvvigionamento di gas e, soprattutto, aumentare la nostra capacità produttiva da fonti rinnovabili.

Da questo punto di vista molto si potrà ottenere incentivando la costituzione di Comunità energetiche rinnovabili, previste dal decreto legislativo 199/2021, uno strumento potenzialmente molto efficace per aumentare la produzione rinnovabile, combattere la povertà energetica e diffondere i benefici del fotovoltaico (oggi di gran lunga la fonte meno costosa) a un’ampia platea di cittadini e imprese.

Costantino De Blasi


L’economia italiana sta per entrare un periodo di recessione? Quali sono le cause?

Finora l’economia italiana ha tenuto bene facendo meglio di quella dell’area euro. La crescita acquisita resta ancora robusta nonostante il quadro di incertezza che per ora si riflette con un rallentamento degli investimenti. Le cause sono da ricercarsi naturalmente nell’elevato livello dei prezzi dell’energia.

Credo che andiamo verso una riduzione della volatilità dei prezzi ma con un livello degli stessi sensibilmente alto rispetto ai valori di 2 anni fa.

L’altro elemento di incertezza è legato alle politiche di bilancio che saranno implementate dal nuovo governo, con peggioramento dell’indebitamento e aumento dei tassi sul debito pubblico.

Quali saranno gli effetti di questa fase? E per quanto tempo possono durare?

La recessione potremmo dunque vederla nel 2023, soprattutto nei primi 2 trimestri.

Poi l’effetto combinato di raffreddamento dei prezzi dell’energia grazie a nuovi canali di approvvigionamento e l’entrata a regime di riforme e investimenti previsti dal PNRR dovrebbero riportare l’economia alla crescita.

Difficile indicare con poca approssimazione i tempi, ma in linea di massima il periodo di contrazione potrebbe limitarsi alla prima metà del 2023.

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AutoreSamuele Onelia

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